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LaPresse

NAZIONALI E COVID, PERCHÉ FARLE GIOCARE? – Far giocare le nazionali, durante una pandemia a livello globale che mette a rischio calciatori e addetti ai lavori, rappresenta l’ennesimo fallimento del calcio. È noto che in questo periodo abbiamo spesso ascoltato presidenti di Leghe, di Federazioni e di club ripetere all’infinito che il calcio professionistico avrebbe dovuto proseguire. Altrimenti l’intero sistema sarebbe andato a rischio. I club infatti subirebbero ingenti perdite economiche. Chiusi gli stadi, le tre fonti da cui oggi deriva il guadagno delle società di calcio sono rappresentate dal merchandising, dal calciomercato e soprattutto dai diritti televisivi. Proprio quest’ultimi, in caso di ennesimo stop, potrebbero subire una variazione in discesa inevitabile che metterebbe a rischio il presente e il futuro di numerose squadre. È risaputo ad esempio che più della metà dei club di Serie A in queste condizioni rischierebbero il fallimento. La Lega, giustamente, vuole evitare il tracollo del calcio italiano. Ma in tutto ciò, con un protocollo sanitario contraddittorio e ricco di punti interrogativi, le nazionali continuano a giocare.  

La domanda sorge spontanea: perché farle giocare e distribuire calciatori in tutto il mondo in un periodo di pandemia globale? Una risposta logica francamente facciamo fatica a trovarla. Le scelte politiche che purtroppo ruotano attorno a questa decisione sono numerose, ma non giustificano minimamente quanto sta accadendo. In estate gli europei, la seconda competizione più importante al mondo dopo i mondiali, hanno subito un rinvio. Le amichevoli invece e l’inutile e noiosa Nations League invece non potevano. Tutto ciò evidenzia l’ennesimo paradosso del calcio mondiale che continua a fare scelte illogiche in tempi difficili come quelli che stiamo vivendo.